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Falconry

Riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio vivente dell’umanità, la Falconeria è l’Arte di addestrare un rapace per fare insieme all'uomo, quello che farebbe in natura: cacciare.

La Falconeria è una pratica venatoria basata sull’utilizzo di predatori come i rapaci, per procurarsi cibo. Astori, Sparvieri, Aquile, Gufi ma soprattutto il Falco, sono i rapaci utilizzati per cacciare, di cui abbiamo le prime testimonianze archeologiche ai tempi degli Assiri. (VIII secolo a.c.).  

Dall’estremo oriente al medio oriente la Falconeria si diffuse fino alla mitologia greca, di cui molto affascinante il mito di Ganimede, all’antica Roma. Senza dubbio dal Medioevo ci fu una documentata espansione sul suolo Europeo. Carlo Magno, Enrico I di Germania, Olaf di Norvegia, Gengiz Khan, Luigi XIII, Napoleone, sono molti dei nomi appassionati di questa arte ma il massimo sviluppo si ottenne con Federico II che scrisse un esaustivo manuale tuttora indirizzato come fondamentale ai neofiti, contenente tutte le informazioni per approcciare questa disciplina. Da Dante a Shakespeare, Boccaccio a White, nei libri di letteratura, classici e moderni, abbondano le citazioni sulla Falconeria: anche in filosofia, Nietzsche in Così parlò Zarathustra racconta dei suoi fedeli animali che lo accompagnano, l’Aquila e il Serpente, descrivendo gli artigli e la caccia della stessa come se conoscesse bene questa realtà. 

Dipendentemente dal terreno di caccia, dal tipo di predi di cui dispone il territorio dove si risiede e ha la possibilità di cacciare, e anche dal tipo di approccio alla natura e al carattere dell’animale che si preferisce, chi avvicina questa pratica sceglie il rapace che meglio crede essere adatto al suo stile venatorio. 

Tutto è regolato da un calendario venatorio, da un’attenta selezione di prede cacciabili e da una limitazione territoriale.  

Regole ferree seguono il possesso, l’addestramento e l’utilizzo dei rapaci alla caccia: dal 1992 il Falco è inserito tra i mezzi di caccia consentiti secondo il calendario venatorio, con arco e fucile, è quindi necessario essere muniti di licenza di caccia e detenere il porto d’armi. 

Oggi, in Italia come in Europa, e in altre parti del mondo, c’è una grande diatriba tra Falconieri e possessori di rapaci, a causa di una falla legislativa, in cui il possesso, regolamentato dal semplice acquisto e ottenimento del documento di origine, è differentemente regolamentato dall’utilizzo del rapace a scopo venatorio, che richiede licenza e porto d’armi. Questi due ultimi documenti richiedono studi, conoscenze e un esborso economico iniziale e continuo per mantenere l’ambiente come le Oasi di ripopolamento e la fauna selvatica in difficoltà.

Tuttavia, a parte questi importanti aspetti burocratici, la grossa differenza tra possessori e Falconiere, è principalmente di natura morale: il Falconiere si impegna a rispettare la vera natura del predatore, riportandolo dalla cattività alla sua condizione in cui attacca e caccia come in libertà. Questo permette che un domani, per qualsiasi ragione il rapace si dovesse perdere, possa sopravvivere anche in natura. Cosa non trasportabile sui possessori, che spesso non detengono nessuno dei documenti di caccia, con relativi mancanze di cognizioni e contribuzione economica verso l’ambiente, e utilizzano il rapace per dimostrazioni o esibizioni pubbliche. Ultimo punto, essendo gli addestramenti degli animali non mirati alla caccia ma soltanto ad assoggettamento della “fame”, se dovessero perdere il proprio animale, in natura non sapendo come cavarsela da solo, non sopravvivrebbe.